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Pianalto Astigiano per il PD

19 maggio 2008
Una situazione da paura!



(contributo di Antoncleto)

19 maggio 2008
politica interna
Riorganizziamo la speranza.
Ciao circolo pianalto, 

Antonio ti segnala questo articolo pubblicato sul sito http://www.unita.it

e aggiunge il seguente commento:
 
proviamo a riflettere e a dare un nostro contributo.

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Come ripartire Riorganizziamo la speranza
 
Clara Sereni

Era aprile anche sessant’anni fa, nel ’48. È cambiato il mondo, ma il compito che spetta a chi ne ha voglia è quello di allora: organizzare la speranza. Dopo alcuni giorni di mutismo da risultato elettorale, e sotto botta di nuovo per Roma, la persistente sensazione di non aver capito molte cose mi porta a chiedere e discutere.

Chiedo e discuto con chi incontro, e soprattutto con i giovani, di quello che c’è da fare ora, di come ripartire da qui per andare avanti.

Mi colpiscono, nei discorsi di tanti, la tendenza a rimpallarsi le responsabilità, cosa che vediamo anche in sedi pubbliche, e più mi colpisce un aggrapparsi frenetico ad ipotesi organizzativistiche che mi lasciano abbastanza sconcertata. E, con quel che è successo a Roma, temo che tutto questo possa ancora peggiorare.

Se la costruzione del Partito Democratico è ancora in larga parte da fare, infatti, ed ha bisogno del lavoro di molti perché attorno a Veltroni, e poi giù giù per li rami, si costituiscano gruppi dirigenti in grado di condurre una battaglia d’opposizione convincente, credo che quello che è successo con le elezioni chiami in più tutti noi ad una riflessione approfondita su quale cultura sta dietro e sotto quel risultato. C’è bisogno di pensieri nuovi: anche piccoli, anche parziali, anche di quelli che danno risultati chissà quando. Qualcosa di cui c’è bisogno da tempo, e che sarebbe stato molto difficile sperimentare insieme agli impegni di governo: adesso, proprio la sconfitta ci dà la possibilità della pazienza, senza l’acqua alla gola della governabilità (e di elezioni politiche a breve scadenza, ahimé), di sperimentare terreni nuovi di pensiero e anche di attività concrete.

Provo a fare qualche esempio, scaturito da discussioni con amici e compagni.

Come molte donne, non ho più voglia di andare a manifestazioni contro la violenza. Penso che la violenza e il femminicidio siano una questione dei maschi; noi il lavoro di autocoscienza l’abbiamo fatto e in qualche modo continuiamo a farlo, ora tocca a loro interrogarsi, discutere, scavare. Interrogandosi, discutendo, scavando, guardando in faccia il connotato quasi totalmente maschile dell’aggressività violenta, potrebbe forse venir fuori, fra l’altro, uno sguardo un po’ diverso sulla sicurezza, tema che tanto ha condizionato e condiziona le campagne elettorali, in una gara non sempre nobile fra destra e sinistra. E potrebbe venir fuori, magari, anche qualche riflessione più avanzata su cosa significa oggi il tifo calcistico, trasformatosi da sublimatore di violenza in collettore e momento organizzativo della violenza (assalti alle caserme non ne avevamo visti neanche negli anni di piombo). Cosa significhi in termini di spesa, e di nuovo anche in termini di sicurezza generale, quando le forze dell’ordine sono smisuratamente impegnate in contrasto della violenza legata ad avvenimenti sportivi.

Altro esempio: i gruppi di acquisto locali, e più in generale le varie forme di consumo diverso. Al di là del risparmio che si può conseguire, e dell’eventuale migliore qualità dei prodotti, da qui potrebbe scaturire qualche ragionamento più avanzato sull’emergenza rifiuti non in Campania ma ovunque (e anche su questo, mi sembra che nessuno abbia in tasca la soluzione), e più in generale - più in alto - una riflessione su cosa significhi “progresso”, parola che sempre ha connotato la sinistra, in un mondo che dal progresso della produzione e dei consumi rischia di essere distrutto. E se invece, partendo dalla spesa quotidiana, si affrontasse pian piano il ragionamento su un modo diverso di misurare il benessere, non più soltanto in termini di Pil ma anche sotto il profilo del ben-essere vero, fatto di un modo più felice di vivere?

Sento già le obiezioni: anche a crederci, sono tentativi di nicchia, riguarderebbero poche persone, e invece la politica non consente vuoti, ci saranno le elezioni europee e le amministrative e...

Lo so anch’io. Ma visto che scrivo in un giorno fra il 25 aprile e il Primo maggio, date antifasciste per eccellenza, mi viene in mente che anche i resistenti, all’inizio, erano in pochi. Erano tutto sommato pochi anche i troppi condannati dal Tribunale Speciale fascista, che comminò loro anni e anni di confino e galera. Separati dal mondo che avrebbero voluto cambiare, al confino e in galera quei condannati studiavano e studiavano: qualcuno definì la fortezza di Civitavecchia «l’università del carcere», perché lì si formò una parte notevole di quelli che, dopo la Liberazione, sarebbero stati i Padri costituenti, la classe dirigente italiana. L’idea di un’Europa unita nacque nel confino delle isole pontine, proprio mentre l’Europa sembrava destinata a sbranarsi per l’eternità. Resistenza fu anche, insomma, imparare a capire, ad elaborare nuove idee. Nelle condizioni possibili. Consapevoli di essere minoranza, ma convinti di doversi dotare degli strumenti per farsi maggioranza. Egemone.

Prima, molto prima delle elezioni, quella che abbiamo perso è un’egemonia culturale. Provare pazientemente a ricostruirla, pezzetto per pezzetto, credo sia quel che ci tocca oggi. E se poi avremo un Gramsci in grado di mettere insieme i pezzetti e renderli idee-forza, tanto meglio: ma, se non succederà, almeno il nostro pezzetto lo avremo fatto. E un pezzetto è sempre meglio, molto meglio di niente.

16 maggio 2008
politica interna
Buona comunicazione, sì grazie!

Inserisco una riflessione Roberta Favrin, giornalista e componente dell'Assemblea Nazionale PD, sul tema della comunicazione in Italia.

Il 25 aprile ero negli Usa e ho letto una sintesi dell'intervento di grillo in rete; non ho visto la trasmissione di Santoro.
Però ti dico volentieri la mia opinione sul tema della libertà d'informazione che, come puoi immaginare, mi sta molto molto a cuore.
Di libertà nei grandi giornali ne è rimasta poca, e anche nei <piccoli> il potere di condizionamento degli inserzionisti (politici, gruppi economici) è ugualmente molto forte.
Il tema va affrontato con urgenza, perché c'è di mezzo non il futuro di una categoria professionale ma l'esercizio della libertà d'opinione, il confronto delle idee, la verifica dei fatti, insomma i pilastri della democrazia.
Grillo nel suo <furore> confonde la causa con l'effetto.

Non è abolendo l'ordine dei giornalisti che si risolve il problema della libertà d'informazione.
L'ordine è vecchio e fatto da persone vecchie, ma serve, eccome.
Quando violano la deontologia professionale (es. non tutelano i minori e i soggetti deboli, non verificano le informazioni, le stravolgono o le utilizzano a fini terzi),i giornalisti sono passibili di condanna da parte dell'ordine: avvertimento, censura, sospensione e radiazione dall'albo.
Poi ci sono le leggi che puniscono i reati di diffamazione a mezzo stampa, insider trading.
Il giornalista che sbaglia ha l'obbligo di riparare all'errore commesso.
I cittadini non lo sanno e in questa palude proliferano i caimani.
Possiamo abolire l'ordine, ma avremo sempre più bisogno di un organo superpartes, magari un gran giurì dei lettori sul modello Usa, che vigili sul rispetto delle regole.
Questo Grillo non lo dice.
Esalta la <rete> come se quello strumento, per il fatto di essere (in teoria) accessibile a chiunque, fosse per sua stessa natura impermeabile a qualsiasi tipo di distorsione e dunque portatore di verità super partes … balle!!!
La <casta> dei giornalisti cui allude Grillo è fatta da qualche centinaia di colleghi che sono cresciuti all'ombra dei grandi poteri diventandone uno strumento.
Sono quegli stessi colleghi che voterebbero volentieri per l'abolizione dell'ordine, sapendo di potersi liberare per sempre dei pochi lacci che ancora li obbligano a un rispetto almeno formale delle regole.
Faccio un esempio: il divieto di fare pubblicità, a meno che non si tratti di causa benefica; poter fornire <consulenze> a chicchessia senza incorrere nel conflitto d'interessi.
Ma chi lavora oggi nelle redazioni? Migliaia di giovani ed ex giovani precari (dai 20 ai 40 anni ... ) pagati pochi euro a pezzo, appesi alla promessa di uno straccio di contratto che gli editori vogliono riscrivere a loro uso e consumo (non è un caso che il contratto FNSI-Fieg sia scaduto da tre anni e non si riesca a rinnovare nonostante le numerose battute di sciopero ...).
Da uno a dieci, quanto è ricattabile un collega che vive <a pezzo>?
Quale formazione professionale potrà avere?
In quali inchieste perigliose avrà il coraggio di avventurarsi?
Chi gli coprirà le spalle quando gli avvocati del potente di turno chiamato in causa gli chiederanno i danni?
E' facile sparare sui giornalisti lacchè ... , ma bisogna anche chiedersi chi e quanti, nelle condizioni date oggi e immaginate per il futuro, vorranno ancora fare questo mestiere.
Giusta la battaglia di Grillo per l'abolizione dei finanziamenti pubblici all'editoria ... i giornali devono stare sul mercato per l'attendibilità e la forza delle notizie, devono essere al servizio dei cittadini e non essere<mantenuti> dai cittadini.
Possono esserci delle eccezioni ... se si tratta di informazione di servizio utile alla collettività, ma il requisito di base deve essere, per lo meno, la tutela di chi ci lavora.
Oggi ricevono contributi pubblici (Stato o regioni) Tv, giornali, agenzie,che sfruttano a man bassa il lavoro nero; a dirigere queste fantomatiche testate ci sono giornalisti <teste di legno>, professionisti solo sulla carta.
E' il paradosso delle tv locali che (anche in Piemonte) ricevono contributi <per progetti sull'infanzia> e poi trasmettono a tutte le ore annunci erotici, maghi e ballerine nude.
Non mi avventuro in riflessioni sulla Gasparri.
E' evidente che il sistema televisivo italiano è funzionale a un progetto culturale di massa (minculpop) che ha imbarbarito gli italiani.
Che sta crescendo cittadini analfabeti dei propri diritti e propri dei doveri.
Io la TV non la guardo più ad eccezione degli spazi d'informazione, pur con tutti i limiti e le distorsioni che puntualmente sono sotto gli occhi di qualunque persona mediamente informata.
La Rai ha grosse responsabilità.
E' un carrozzone come Alitalia (basta conoscere qualche collega e come lavora per rendersi conto di sprechi e privilegi inaccettabili).
Credo che esploderà, e mister B avrà buon gioco a dire, questa volta più che mai, che ci penseranno i suoi figli.
Come il Pd si occuperà del problema informazione? Spero tanto e bene.
All'ultima assemblea nazionale ho avuto uno scambio di battute con Andrea Purgatori (ex inviato del Corriere, si occupò, tra l'altro, del caso Ustica).
Mi ha detto che il tema è all'attenzione di Veltroni.
Credo che sia così.

Roberta Favrin

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